Saturday Oct 21
May
26/14
The long journey: “Desert cathedral” – Dubai 2014
Last Updated on Monday, 26 May 2014 11:03
Written by AirSigns
Monday, 26 May 2014 11:02

Su Dubai, breve tappa di scalo del mio viaggio di ritorno dalla Thailandia, penso si sia già detto e scritto di tutto.

Al di là delle sfaccettature politiche e finanziarie sulle disponibilità (e sull’opulenza) degli Emirati Arabi, sulla fuga di lavoratori e “cervelli” di tutto il mondo e sull’ipotetico collasso dell’Occidente in favore di questa nuova (ma non nuovissima) economia, penso di non avere raccolto sufficienti elementi per descrivere in maniera approfondita questa Megalopoli, massima espressione della potenza economica del Medio Oriente, quindi mi limiterò alle mie personali impressioni, partendo però da una riflessione che spero non risulti banale: Dubai è a mio avviso una città che esprime al meglio il “vero” Islam, che sebbene conservi e applichi i severi e rigorosi precetti della Shari’ah (la Legge Islamica) si esprime qui nella sua reale essenza di tolleranza, apertura e garantismo.



Trattasi infatti una città molto liberale, dove sono presenti oltre alle varie moschee anche templi induisti e chiese cattoliche e dove è consentita libertà di usi e costumi, naturalmente entro il limite del rispetto della cultura tradizionale araba: niente di preoccupante, semplicemente occorre tenere un comportamento decoroso, sia nell’atteggiamento che nel vestiario, cosa che in Occidente non viene quasi più considerata un valore (anche “aggiunto”), ma una specie di “costrizione”, nell’inspiegabile ottica vigente nelle generazioni post sessantottine.

Terminata questa riflessione sociale, giungo alla descrizione dell’istantanea mentale formatasi durante il mio soggiorno di circa 36 ore: se l’intenzione dell’Emiro era quella di rendere Dubai una “cattedrale nel deserto”, ci è riuscito in pieno.

Bagnato dalle verdi acque del Golfo Persico, un complesso iper-tecnologico di grattacieli torreggia su strade trafficate, quasi a sfiorare metaforicamente quel sole del deserto che durante l’estate può far raggiungere la temperatura picchi di 50° e il cui regno incontrastato resta lo sconfinato deserto alle spalle di quest’oasi fatta di cemento, vetro lucidissimo e rigoglioso verde creato grazie alla desalinizzazione dell’acqua marina.

L’immagine simbolo di tutto ciò è senz’altro il Burj Khalifa, l’edificio più alto del mondo, che coi suoi 828 metri nell’aria sembra contendere l’autorità divina agli altri quattro elementi presenti sulla scena (Deserto/Terra, Sole/Fuoco, Mare/Acqua).

Credo che l’intera città vada considerata, al fine di coglierne il lato più estetico e artistico, come un’opera “artigianale” più che come retaggio di una tradizione: a Dubai, una volta piccolo villaggio di pescatori, non vi è infatti un segno consistente della cultura araba, se non qualche residuo dei Suk (ora rimessi a nuovo almeno al 70%) che fanno capolino attorno al fiume Creek, nella parte vecchia della città.

Non sono mai stato affascinato dalla tecnologia o dalle grandi città in sè, ma se in New York ho ritrovato l’atmosfera magica di Broadway e dei film e in Bangkok l’affascinante accostamento dei grattacieli ai templi buddhisti e alle palafitte sul fiume Chao Phraya, Dubai offre lo spettacolo di un’oasi moderna in mezzo a un deserto ancora incompreso, considerato troppo spesso degno di nota solamente per il petrolio.

Atmosfera arabica, frenesia tecnologica e un poco di timore reverenziale dinnanzi a tali opere megalitiche si fondono nel brano “Desert Cathedral“, che si propone di trasmettere il ritmo di crescita incalzante e “stroboscopico” della modernità, avvolta dall’aroma del deserto presente nell’immaginario collettivo occidentale più che sul luogo fisico.



Leave a Reply